Un’occasione sprecata. Definirei in questo modo Paradise Lost dei polacchi PolyAmorous Games. La loro prova del fuoco, il loro primo tentativo di affacciarsi nel sempre più saturo mercato videoludico, è tutt’altro che soddisfacente. Monotono pure per gli standard imposti dai walking simulator, Paradise Lost si apre con un’interessante premessa: ampliare l’idea del Projekt Riese nazista, non solo la realizzazione una serie di tunnel e centri di comando, ma la costruzione di vere e proprie città sotterranee in cui trasferire la popolazione in caso di estrema necessità.

Provato su PC

Paradise Lost: Guerra Mondiale alternativa

Cosa sarebbe successo se allo scoppiare della Seconda Guerra Mondiale le potenze alleate non fossero intervenute fino al 1955? Il Reich avrebbe fatto progressi da gigante in campo medico e scientifico, avrebbero creato le prime armi atomiche e realizzato una gigantesca città sotterranea multilivello nella quale ospitare i pochi, fortunati cittadini scelti al ripopolamento della landa germanica dopo la caduta delle bombe. Sì, perché gli ordigni non sono rimasti inerti.

Uno sbarco in Normandia alternativo avvenuto nel 1960 e una contemporanea spinta da est compiuta dall’Armata Rossa servono a gettare le fondamenta dell’ucronia narrata in Paradise Lost. La risposta tedesca fu di evacuare i pochi, fortunati cittadini all’interno della mastodontica città sotterranea che fa da unico setting per lo svolgimento della trama e di bombardare il proprio territorio con armi atomiche, così da renderlo impossibile da invadere per i nemici del Reich. La Guerra terminò con uno stallo effettivo, con gli Alleati impossibilitati ad invadere il territorio tedesco-polacco e i sopravvissuti rinchiusi in un gigantesco bunker.

ambiente di paradise lost

La trama che vede protagonista il giovane Szymòn, dodicenne polacco, da poco orfano di madre, si snoderà tra cinque livelli, metafora dell’elaborazione del lutto, per una durata complessiva di circa tre ore. Sin da subito il titolo di PolyAmorous Games si impone con un ritmo lento e metodico. Dalla scoperta del bunker alla discesa ai livelli abitativi inferiori, si intuisce che qualcosa è andato storto, sensazione confermata da molteplici documenti e file audio sparsi per gli ambienti.

Poco dopo aver raggiunto il primo livello Szymòn farà la conoscenza di Ewa, emblematica ragazza senza volto, che lo aiuterà nel suo logorante viaggio verso l’ignoto. Ed è qui che Paradise Lost mostra il suo più grande problema, lo sviluppo narrativo. Dopo il primo incontro con la ragazza, non è difficile intuire gli snodi e la conclusione della trama, realizzare quali saranno i due plot twist presenti nel titolo è tutt’altro che impegnativo. Non è certo di aiuto lo stile scelto per la narrazione. Di fronte a noi si pone una montagna insormontabile di dialoghi espositivi tra i due personaggi, documenti sparsi da leggere e audio da ascoltare, la regola dello “show don’t tell” è stata accartocciata e buttata nel cestino come un inutile pezzo di carta.

natura in paradise lost

Tutte le informazioni vengono trasmesse al giocatore sotto forma di discorso diretto, la qualità del doppiaggio e della scrittura, entrambi carenti, minano complessivamente il godimento dell’esperienza. Si trova una certa patina di artificialità che ricopre interamente la sceneggiatura, gli scambi tra i due protagonisti, i documenti sparsi e i pochi file audio sembrano essere presi da una mediocre fan fiction post-apocalittica, prende per mano il giocatore e lo accompagna fino alla fine, non gli lascia spazio per respirare o per approfondire temi più significativi, perché non ce ne sono. È un lugubre velo di mediocrità senza guizzi o particolare estro steso davanti gli occhi del consumatore.

Il doppiaggio manca di enfasi o qualsivoglia pathos; accadimenti, spesso importanti ai fini della trama, si susseguono in un oceano di distaccata monotonia reso tale dalla mediocre performance attoriale dei due protagonisti. È un peccato perché il titolo si impegna a porre il giocatore davanti a momenti drammatici che vengono però vanificati da una scrittura approssimativa e una recitazione amatoriale.

Avventura su “rotaie”

L’esplorazione è praticamente inesistente, il gioco è impostato su rotaie ben salde e da quelle non si discosta mai. Il percorso predefinito permette poche svolte, qualche polverosa stanza con uno, massimo due elementi con cui interagire, solitamente un oggetto che Szymòn raccoglierà per poi lasciare dov’era al secondo click del mouse o un foglio di carta ormai dimenticato. Di puzzle nemmeno l’ombra, tutto ciò che viene offerto dal punto di vista del gameplay è un trascinarsi incessante di passi, di certo non aiutati dalla vergognosa lentezza con cui si muove il nostro protagonista.

Durante il suo monotono girovagare, ulteriormente plagiato da un head-bobbing persino peggiore di quello presente nella serie S.T.A.L.K.E.R. (dove almeno era disattivabile, a differenza di Paradise Lost), il nostro ragazzo polacco si troverà di fronte ad una buona varietà di paesaggi: una stazione ferroviaria abbandonata, edifici della burocrazia tedesca e monumenti al partito nazista, stabilimenti abbandonati e caverne.

La direzione artistica e il sound design sono sicuramente gli aspetti meglio curati. Visivamente è un continuo declinare, dal marziale aspetto delle industrie situate nei livelli superiori al simbolismo tribale e primitivista che compare sul terminare dell’avventura, con una natura che ha ottenuto la sua rivincita sul freddo metallo germanico, inglobando ciò che un tempo era stata l’utopia di salvezza di una popolazione.

alberi sotterranei in paradise lost

La musica è un misto di sonorità drone e pezzi di musica da camera che ben si prestano a creare la giusta atmosfera e si legano armoniosamente con i sempre presenti suoni ambientali, che siano lo scricchiolio di tavole di legno o il soffiare del vento tra le immense distese della caverna sotterranea. Il tutto è mosso dal cavallo da soma dei motori grafici, l’Unreal Engine 4 si mostra uno dei più versatili sul mercato, i modelli sono buoni e con una discreta quantità di poligoni, fatta eccezione per quello di Szymòn.

Le texture sono un pizzico datate, nulla per cui strapparsi capelli, ma nel complesso svolgono il loro lavoro in modo soddisfacente. Le animazioni risultano invece legnose e datate. Questo aspetto si ripercuote direttamente sule azioni da svolgere in gioco che risultano tutt’altro che fluide. Per portare a termine anche i compiti più basilari, come aprire una porta o spostare una leva, è necessario posizionarsi perfettamente rispetto l’oggetto desiderato o l’input per compierla non comparirà su schermo. Ogni singola azione viene poi frammentata in circa due, tre più piccole: per aprire una porta dovrò prima avvicinarmi ad essa, poi premere il pulsante per interagire, imitare il movimento della sua apertura tramite il mouse e infine terminare il tutto, Amnesia: The Dark Descent è uscito nel 2010, contiene più interazioni di Paradise Lost ed è meno macchinoso da giocare.

macchine in paradise lost

A chi consigliamo Paradise Lost?

Paradise Lost offre una premessa ambiziosa, un’ucronia differente dalle solite, dove la Seconda Guerra Mondiale si è protratta per più di due decenni, ma una realizzazione fin troppo amatoriale anche per un team alla sua prima esperienza come quello di PolyAmorous Games. Il titolo, durante tutta la sua durata, offre molteplici domande, ma alle quali corrispondono, infine, ben poche risposte, rimangono troppi “perché” a cui mancano tangibili riscontri. La relazione tra Szymòn e Ewa, che diventa con il proseguo dell’avventura il punto focale di tutto, viene di fatto sabotata da una scrittura adolescenziale e da semplicistici accenni filosofici sulla natura dell’uomo.

Un’occasione veramente sprecata.

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