Va bene, nel mondo del gaming Lovecraft è ormai sdoganato. Negli ultimi anni le sue tentacolari creature sono entrate ovunque, persino in Doom: The Dark Ages. E si, l’orrore cosmico del vecchio H.P non è necessariamente tangibile, con creature inspiegabili che si annidano tra le fessure del cosmo per le quali noi umani siamo praticamente granelli di polvere.
Tuttavia, per forza di cose, negli FPS e nei giochi di azione come il qui provato Beneath di Camel 101, le inspiegabili entità sono in realtà molto spiegabili e, soprattutto, hanno un bel grugno su cui è possibile sparare con uno shotgun. Beneath esce definitivamente il 27 ottobre su Steam, anche se ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a un prodotto in Early Access, o quantomeno a una sorta di idea di quello che il gioco avrebbe voluto essere.
Provato su PC
Day of the Tentacle
Come si evince dal nome, Beneath ci porta nelle profondità oceaniche, dove il nostro protagonista dalle braccia venose dovrà effettuare il recupero di un sottomarino (un richiamo a Il Tempio, suppongo). Tuttavia, fatto rientrare urgentemente in superfice, l’eroe vedrà la sua nave attaccata dagli immancabili zombie, poi da un elicottero e infine da enormi tentacoli.
In seguito, si risveglierà in una base sottomarina, dove inizierà effettivamente il gioco. Senza andare più a fondo nella storia, non ho trovato nulla di originale, Beneath è un miscuglio di idee già viste e già vissute. C’è la figlia da salvare da una strana malattia, una giovane bella con una generosa scollatura che sa più di quanto vuole dirci, il nerd rimbambito, il militare cattivo e un terribile mistero da svelare.
Nessun problema fin qui, un FPS non ha bisogno di una trama articolata, ma il problema è che Beneath soffre di una crisi di identità come il protagonista della Maschera di Innsmouth. Il gioco si presenta come un survival horror, consigliandoci una gestione saggia dei combattimenti e delle munizioni.

E così uno si prepara allo stealth e a dover evitare qualche scontro con terribili creature, ma neanche due secondi dopo ci mette in mano un MP5 e uno Shotgun, lanciandoci addosso dozzine di nemici umani che non faranno altro che sparare, sparare e sparare.
Ogni scontro si trasformerà in una sparatoria, con un gameplay nel quale si sentono echi di FEAR… ma attenzione sono echi distanti eoni, persi nell’insondabile freddezza del cosmo. Scordatevi lo slow motion, lo spezzare i nemici in due con un colpo di shotgun e i calci volanti. In Beneath a parte sparare e lanciare granate si potrà fare ben poco.
Il gunplay è passabile, ma l’intelligenza artificiale troppo basilare non farà altro che lanciarci contro nemici che spareranno come pazzi manco fosse il finale de il Mucchio Selvaggio di Peckinpah, senza tenere conto delle coperture o della loro virtuale esistenza.
Lo stealth non è un’opzione, in quanto non contemplato come meccanica, inoltre per una stranissima scelta di design, riusciremo a ottenere un’arma per gli attacchi ravvicinati (un bel piedone di porco) solo dopo diverse sezioni di gioco… ma sarà comunque inutile perché troveremo valanghe di munizioni in giro per lo scenario e sui corpi dei nemici uccisi.
E quando non ci sono i soldati ad attaccarci, ecco che tornano gli zombie, accompagnati da altre creature che andranno affrontate tutte allo stesso modo: a suon di proiettili. Qualche mostro influenzerà la sanita mentale del protagonista, distorcendo la visuale e rendendolo più vulnerabile agli attacchi. Nulla che non si sia già visto in altri titoli di stampo lovecraftiano, come lo storico Call of Chtuluth: Dark Corners of the Earth.
SOMAtizziamo
Cosa si fa in Beneath oltre a sparare? Si soffre la piattissima atmosfera della base sottomarina che strizza l’occhio allo splendido SOMA, ma non riesce a convincere a causa di ambienti troppo simili tra loro e senza dettagli particolari che li rendano distinguibili, né tantomeno memorabili.
Come il gunplay anche l’esplorazione di Beneath è minimale. Dato che non è possibile saltare oltre ostacoli che supererebbe senza fatica anche un bradipo morto, l’esplorazione prevede l’apertura di porte e il passaggio attraverso le classiche condutture.
La navigazione dei vari scenari che compongono il gioco è abbastanza lineare, con la possibilità di far apparire un marker per capire dove dobbiamo dirigerci. Ogni tanto sarà necessario interagire con un computer per sbloccare una determinata porta e salire qualche scala, ma per il resto tutto sarà limitato e piatto.
La monotonia viene interrotta solamente dalle visioni da incubo che il nostro protagonista ha di tanto in tanto e che ogni tanto lo condurranno a R’lyeh. Per questo viene da chiedersi: dov’è la parte horror del gioco? Bè è sparsa un po’ qui e lì, tra uno zombie pieno di tentacoli e altre orrende creature.

La musica di sottofondo, un incessante loop atmosferico, vi condurrà o al sonno, o alla pazzia. Buoni però gli effetti sonori, così come il doppiaggio che riesce a fare del suo meglio con un copione non proprio brillante. A livello tecnico, Beneath è anonimo e inoltre avrebbe bisogno di una bella ripassata, perché tutto sembra sfocato e buio.
I modelli dei personaggi, specialmente le espressioni facciali, sembrano stati concepiti da un’oscura orgia sullo Scoglio del Diavolo durante un plenilunio. E non provate neanche ad attivare l’anti-aliasing se non volete avere visioni di Azatoth e soprattutto se non volete fare una visita oculistica di troppo.
E se provate ad alzare o abbassare la qualità delle texture, per ragioni inspiegabili, si sfocheranno anche i testi dei sottotitoli e del menù. A questo si aggiunge uno strano stuttering che inficia sulla fluidità dei movimenti, nonché sulla sanità mentale dei giocatori. Tekeli li! Tekeli li!
In conclusione
Onestamente, allo stato attuale giocare a Beneath potrebbe avere senso solo se si è veramente a secco di FPS e li si vuole giocare tutti. I fan del visionario di Providence che divorano qualsiasi contenuto a lui dedicato, troveranno tentacoli per i loro deformi denti, ma saranno duri da masticare. In generale, ci troviamo davanti a un titolo troppo ambizioso che forse avrebbe dovuto concentrarsi su meno elementi per poter funzionare. Si fa giocare, ma senza troppe emozioni e scorre inesorabile verso la fine. Se non vi annoiate prima, arriverete al finale dopo poche e scontate sorprese.
