Remothered: Red Nun’s Legacy segna il ritorno di Stormind Games all’universo horror che ha segnato gli inizi dello studio e porta a conclusione una storia cominciata nel 2018 con Tormented Fathers e proseguita nel 2020 con il famigerato, nel bene e nel male, Broken Porcelain. Dopo alcuni anni di attesa, la saga della Suora Rossa arriva al suo capitolo conclusivo, cercando di dare una risposta ai misteri che hanno attraversato l’intera trilogia.
Provato su PlayStation 5
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Si torna a Villa Ashmann
Al centro della storia si trova Susan, una madre alla ricerca della figlia Agata, scomparsa insieme ad altre cinque ragazze in Sicilia circa un anno prima. Dopo aver ricevuto una misteriosa registrazione, si riaccende in lei la speranza che la sua piccola sia ancora viva e decide di seguire la pista fino a una residenza della famiglia Ashmann, isolata sulle pendici dell’Etna. Qui, la sua disperata ricerca si trasforma rapidamente in un incubo, tra presenze inquietanti, fenomeni inspiegabili e misteri che sembrano risalire a molto, molto prima della scomparsa di Agata.
L’introduzione sarà familiare a chi ha avuto già esperienza con questa serie: una protagonista si introduce in un luogo apparentemente abbandonato in cerca di risposte, solo per ritrovarsi a scoprire realtà molto più complesse e nefaste di quanto non potesse inizialmente immaginare. La differenza principale, stavolta, è che Susan non è esterna alla faccenda, anzi, è una madre disposta a tutto, persino mettere a repentaglio il proprio matrimonio, per ritrovare sua figlia.
Ora, rispondiamo subito alla domanda che presserà molti giocatori: è possibile giocarlo anche senza conoscere i precedenti capitoli? La risposta è un po’ la solita, una sorta di “meh”, e mi spiego. La risposta breve è: sì! La risposta più complessa è che, in realtà, la trama è intimamente legata a nomi, luoghi e personaggi dei precedenti capitoli, soprattutto l’acclamato Tormented Fathers. Il plot riporta al centro la famiglia Ashmann, il convento di Cristo Morente e la figura della Suora Rossa, le sue origini e il suo profondo dolore, e non c’è dubbio che una conoscenza più vicina delle precedenti iterazioni possa dare più di qualche sussulto e toccare qualche corda emotiva in più.
Chi ha parlato di una Torre dell’Orologio?
Ma parliamo del gameplay: Red Nun’s Legacy recupera la struttura dello stalker horror che aveva caratterizzato soprattutto il primo capitolo. Susan è fondamentalmente indifesa nel suo cammino, a parte qualche oggetto da usare come diversivo o qualche arma di fortuna. A intralciare le sue esplorazione ci sono delle figure dall’aspetto monacale che si muovono in modo distorto e innaturale, che reagiscono con ossessiva violenza alla presenza di Susan.
La sopravvivenza dipende dunque dalla cautela con la quale si attraversano le diverse aree. Correre, mantenere la torcia accesa o produrre rumori può attirare le nemiche, mentre al contrario, procedere con cautela, sfruttare i numerosi nascondigli e osservare i movimenti degli inseguitori permette di guadagnare tempo. Inoltre, gli oggetti presenti nell’ambiente possono essere lanciati per distrarre le Novizie e creare un diversivo.
Insomma, al contrario di quanto esplorato in Broken Porcelain, qui si torna alle radici del genere. Si ha la possibilità di difendersi e di distrarre il nemico, ma il confronto diretto è fortemente sconsigliato. È possibile stordire momentaneamente gli inseguitori, ma non c’è modo di eliminarli del tutto. Susan non è e non sarà mai una combattente. Questo ritorno a un protagonista vulnerabile rappresenta un ritorno all’identità della serie, che riesce a mantenere la tensione lungo tutta l’esplorazione.
La gestione degli inseguimenti, tuttavia, non sempre raggiunge il livello desiderato. Una volta comprese le routine delle Novizie, o comunque la loro ubicazione generale, l’esplorazione si fa vastamente più semplice Allo stesso modo, l’efficacia dei nascondigli e la possibilità di allontanarsi rapidamente riducono drasticamente il senso di minaccia. È uno degli aspetti in cui il gioco avrebbe potuto osare di più, rendendo le nemiche meno leggibili o creando variazioni più intense nelle situazioni in cui si manifestano.
Le novità più interessanti si trovano degli strumenti che Susan può utilizzare per interagire con l’ambiente circostante. La retrocognizione le permette di percepire tracce del passato legate agli oggetti (segnalati gentilmente dalla presenza di gigli bianchi), facendo riemergere alla mente ricordi e informazioni perdute. Esaminare degli specchi consente di rivelare dettagli invisibili a occhio nudo e alterare la realtà attorno a sé. Infine, la manipolazione delle falene permette di intervenire sugli elementi dell’ambiente e trovare nuove vie altrimenti inaccessibili.
Questo è forse l’elemento più gratificante e riuscito del titolo. Villa Ashmann, virtualmente il fulcro dell’intera avventura, è un luogo relativamente piccolo e chiuso, ma è proprio grazie a questi espedienti che le aree mutano e si espandono continuando, spingendo il giocatore a tornare indietro ed esplorare nuovamente dei luoghi, senza che questo risulti trito o noioso. Questo perché, a volte, non basta cercare una chiave o sbloccare una porta, ma bisogna interrogare direttamente ciò che appare, assorbire tracce del passato o svelare delle percezioni alterate per aprirsi un varco.
Certo, questo non viene poi sfruttato fino in fondo, dato che gli enigmi sono pochi e non particolarmente difficili. Il tutto risulta piuttosto fluido e accessibile, e a parte un paio di caso, forse sarebbe stato più apprezzabile un maggiore sforzo nella creazioni di enigmi più elaborati. La soddisfazione, in questo caso, proviene soprattutto dalla scoperta di nuovi dettagli e dalla lettura dell’ambiente, più che dalla risoluzione di rompicapo.
Riconosciamo comunque che si tratta di una scelta comprensibile, poiché è tutto un gioco di equilibri. Non vuoi inseguitori troppo aggressivi, per non rovinare l’esplorazione. Non vuoi enigmi troppo complessi, perché si rischia di bloccare un giocatore meno avvezzo in un continuo loop di nascondino con la suora. Insomma, il livello molto medio dei diversi elementi è, in qualche modo, una scelta coerente con un flusso di gioco sempre sul pezzo e mai ostile al giocatore.
Who is she?
La famiglia Ashmann torna a occupare una posizione centrale, ma la storia si allarga anche ai Felton e ai Wyman, già noti a chi ha giocato ai precedenti episodi, creando una rete di relazioni che attraversa più generazioni. Documenti, registrazioni e ricordi sono materiale facoltativo per approfondire una lore fitta e che necessita il suo tempo per essere compresa appieno. La trama ha la sua complessità, ma il suo fascino risiede proprio nel modo in cui ricompone lentamente ciò che sembrava scollegato.
La titolare Red Nun, la Suona Rossa, è da sempre tra le immagini più identificative di Remothered, e stavolta trova una collocazione più precisa. Una figura religiosa, protettrice, simbolo di disciplina e spiritualità, è invece una presenza minacciosa, figlia di un passato di sopraffazioni e sofferenze.
Il convento e la villa rappresentano luoghi in cui il potere viene esercitato attraverso il controllo dei corpi, della memoria e delle identità. La dimensione religiosa si intreccia con quella familiare, creando un sistema di segreti in cui le persone vengono sacrificate per preservare un ordine che viene presentato come intrinsecamente legittimo.
La storia della protagonista inserisce al suo interno un tema più intimo. Il legame tra madre e figlia, il rischio di una perdita definitiva, la ricerca della piccola Agata che si svolge di pari passo alla ricerca di una verità più grande. Il tutto, misto anche al confronto con l’ossessione e col prezzo da pagare per il desiderio di riportare indietro qualcosa che è stato perduto.
Il tutto, poi, incastrato in uno squarcio italiano anche ben codificato, una Sicilia popolare, tra squisite produzioni artistiche e grande oppressione religiosa, lo sfarzo dei mosaici e le tenebre silenziose degli ambienti monastici, la minaccia dei lapilli dell’Etna e gli scantinati polverosi dell’ala residenziale. Non è forse un caso che proprio in una regione particolarmente segnata dalla scaramanzia e da una cultura popolare fortemente religiosa che si incastra il mistero della Suora Rossa. È un contesto che distingue Remothered da molte produzioni horror ambientate in luoghi più generici e che offre allo studio uno spazio riconoscibile in cui far convergere la dimensione familiare, religiosa e soprannaturale.
Rapida menzione va fatta al delizioso lavoro di Akira Yamaoka e Aram Shahbazian, che sostengono l’atmosfera con composizioni leggere che alternano tensione e inquietudine. Il suono è più che altro ambientale, ma il suggerimento generale di giocarlo con le cuffie si rivela un potenziamento dell’esperienza su più livelli. Anche il doppiaggio (non in italiano), grazie a cissy Jones e Maggie Robertson, sono di grande livello.
Il piano tecnico ha qualche singhiozzo qui e lì, la resa tecnica ha qualche momento di debolezza in termini di texture o animazioni non sempre fluidissime, ma nulla di cui lamentarsi. Ci sarà sempre qualcuno pronto a urlare al crimine per delle incertezze teniche, ma invitiamo a mantenere gli occhi aperti sulle produzioni lontane dal circuito AAA.
Remothered: Red Nun’s Legacy è una conclusione che convince soprattutto sul piano narrativo e atmosferico. La storia di Susan e Agata offre un punto d’ingresso emotivo efficace, mentre i collegamenti con Tormented Fathers e Broken Porcelain permettono di dare un significato più ampio alla vicenda della Suora Rossa. Il genio della narrazione, stavolta, sta nell’essere un capitolo autoconclusivo soddisfacente che sì, chiaramente spoilera diversi aspetti degli altri capitoli, ma che fa facilmente da trampolino per un’esplorazione a ritroso della serie.
Si tratta forse di un ritorno alle origini pensato per chiudere una storia rimasta a lungo in sospeso. Ricordiamo infatti che, dopo il lancio non esattamente positivo del secondo capitolo, il destino di questa serie era stato dato per spacciato. Non tutto è perfettamente calibrato, ma il viaggio a Villa Ashmann riesce a lasciare il segno grazie alla sua atmosfera, ai suoi personaggi e alla volontà di dare una conclusione a un universo horror italiano dall’identità forte e splendidamente caratterizzata. Per chi ha seguito la saga, Remothered: Red Nun’s Legacy rappresenta un epilogo soddisfacente; per chi vi si avvicina per la prima volta, una buona occasione per scoprire una serie che ha saputo costruire il proprio immaginario senza rinunciare alle sue radici.
A chi lo consigliamo?
Remothered: Red Nun’s Legacy: Red Nun’s Legacy non reinventa lo stalker horror ma dimostra una buona consapevolezza di ciò che ha reso riconoscibile Remothered. La scelta di tornare alla vulnerabilità del primo episodio funziona, mentre le nuove abilità investigative aggiungono una dimensione coerente con i temi della memoria e della verità. Dato anche il suo prezzo retail approcciabile, è un ottimo modo per avvicinarsi a questa saga horror nostrana. – ilfalasca




