In un paper pubblicato nel 2007, “Remembrance, trauma and collective memory: the battle for memory in psychoanalysis”, lo psicoanalista tedesco Werner Bohleber introduce e discute l’argomento della verità delle memorie. Una delle ipotesi avanzate da Bohbler è che i ricordi traumatici subiscano una trasformazione quando vengono richiamati dal soggetto, in quanto oggetto estraneo alla rete psico-associativa.
I ricordi e la memoria sono le fondamenta dalle quali prende vita The Signifier, thriller psicologico dei cileni Playmestudio, disponibile su PC/Steam e previsto per PS4 e Xbox One.

Provato su PC

Tra significante e significato

Nei panni di Frederick Russel, psicoanalista e pioniere dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale nello studio della mente umana, verrete incaricati di risolvere la morte della vicepresidente della più grande multinazionale tecnologica esistente. Russel è anche il creatore di una macchina chiamata Dreamwalker, uno scanner cerebrale capace di ricostruire intere memorie da frammenti di dati.
Il titolo inizia con una chiamata che mette nelle mani del nostro protagonista le redini delle indagini.

Il primo impatto, però, non si rivela totalmente positivo. Premessa, per quanto riguarda la versione PC (quella provata) il gioco non dispone della possibilità di cambiare alcun parametro grafico, nelle opzioni è possibile modificare solo la risoluzione e scegliere se giocare in windowed, fullscreen o borderless. Detto questo, il laboratorio di Russel mostra uno dei problemi che accompagnerà il gioco nella sua interezza: la pochezza della grafica.

Playmestudio è un team indipendente, non enorme, ma nemmeno così piccolo da giustificare una piattezza come quella cui ci pone davanti la prima area di gioco. Gli ambienti sono spogli, poveri di dettagli e abbastanza blandi. Il design delle abitazioni è sullo stile moderno-minimalista: snello e ordinato, ma privo di particolari guizzi. Le texture sono slavate e in bassa risoluzione. I modelli, soprattutto quelli dei personaggi (la situazione migliora con gli oggetti inanimati) sono estremamente basilari, composti da pochi poligoni, i volti completamente inespressivi, simili a stoiche maschere di cera, ma dotati di uno sguardo più appropriato a un sadico che a un ammasso di pixel.

Le (poche) animazioni presenti non brillano anch’esse per qualità. I movimenti robotici del protagonista, un Uomo Bicentenario virtuale, accompagneranno il giocatore per tutto il corso dell’avventura. Particolarmente fastidioso è quel mezzo secondo prima e dopo la fine delle interazioni con l’ambiente, in cui i comandi perdono di responsività.
La direzione artistica però cambia radicalmente quando si esplorano i ricordi della vittima. Colori, scale di grigi, tinte verdi e blu con note di altri colori più brillante per mettere in risalto il focus della scena, The Signifier fa un completo 180°. Diventa un dipinto espressionista, al limite del surrealismo.

Lo stile utilizzato è bizzarro, frammentario; alcune memorie sembrano dipinte ad acquerello, altre a carboncino. È immersivo, differente e intrigante, è funzionale nella rappresentazione dell’inconscio. Le texture e gli ambienti poco dettagliati qui sono matrice di una scelta artistica precisa. Il tema ricorrente e guidante l’avanzamento della trama sono i ricordi, mai completamente affidabili, e questo viene trasmesso in quanto viene visualizzato sullo schermo. Esplorando i ricordi della vittima si nota come non compaiano mai oggetti perfettamente definiti, tutto è accennato, come coperto da una leggera patina che non permette la messa a fuoco della scena. Le scene ambientate nei ricordi godono di una certa atmosfera onirica che ben si sposa con i temi trattati.

Esperienza acerba

Se si dovesse riassumere il gameplay di The Signifier, la definizione migliore sarebbe quella di walking simulator; non è un’avventura grafica, ne mancano gli elementi tipici come puzzle e l’interazione tra elementi raccolti in un inventario. È un thriller psicologico che si dipana lentamente, della durata di circa quattro ore. Russell dovrà esplorare in egual misura location appartenenti al mondo reale e a quello proiettato dai ricordi, resi tangibili tramite l’utilizzo del Dreamwalker. Ogni ambiente ha elementi con i quali Russel può interagire: esprime opinioni su quanto lo circonda e sugli oggetti sui quali sta concentrando la sua attenzione.

Un’interessante meccanica che Playme ha deciso di inserire nel suo titolo è quella degli stati nei momenti in cui si esplorano i ricordi della vittima. Sono due, stato oggettivo e soggettivo, e sono parte integrante del gameplay, senza esplorare l’uno o l’altro non sarà possibile risolvere il mistero. Entrambi sono accessibili solo dal Dreamwalker. Lo stato oggettivo è quello primario in cui si trovano i ricordi della vittima: è una ricostruzione quanto più fedele della scena, filtrata attraverso diversi parametri quali la vista e l’udito, è assimilabile alla versione più tangibile dello svolgimento di un determinato evento. Lo stato soggettivo è quello inconscio, visto tramite gli occhi delle emozioni e sensazioni del soggetto di cui stanno venendo ricostruiti i ricordi. Cambia la rappresentazione dell’ambiente e di determinati eventi, che vengono resi tramite l’utilizzo di alterazioni di stato e percezioni personali dell’individuo. Il passaggio tra stato oggettivo e soggettivo permette al giocatore di esplorare quanto accaduto da nuove prospettive, di raccogliere nuove informazioni per poterle utilizzare in uno dei due stati. Lo sviluppo della trama è lineare, ma poter cambiare prospettive aggiunge un pizzico di profondità. Il sound design brilla nelle sezioni all’interno dei ricordi. il viaggio viene accompagnato da una cacofonia di voci, musiche e suoni che si intrecciano creando un’atmosfera quasi lynchiana. Non c’è una vera colonna sonora, ma stralci di drone, ambient, edm e note di chitarra in lontananza; una cacofonia in piena sinergia con quanto accade su schermo.


The Signifier non è un titolo impegnativo, non propone puzzle complicati o una ricerca degli indizi caotica: si entra in un ambiente e si interagisce con gli oggetti che, esplorando, verranno evidenziati da un’icona e da lì si uniscono i puntini. Non prende per mano il giocatore e lo guida perché non ce n’è bisogno. C’è solo un punto, verso il terminare dell’avventura, che necessiterà al giocatore qualche minuto in più per risolvere la situazione e poter così proseguire, ma la difficoltà generale è bassa. Il doppiaggio è altalenante, mentre la scrittura ha alcune parti più deboli, ma non tali da inficiare la trama in toto. Il protagonista è mono-espressivo, la voce del doppiatore non riesce ad enfatizzare come si deve alcuni momenti chiave nella trama e anche il cast che lo affianca fa fatica a esprimere sentimenti, tranne alcune eccezioni. L’inizio dello script riesce a creare una certa atmosfera che viene però smorzata durante i primi dialoghi, per poi migliorare quando si giunge a circa metà gioco.
Il finale, o meglio i finali, The Signifier gode infatti di tre conclusioni differenti, sono aperti: uno di questi fornisce più informazioni su quanto è accaduto, ma non esiste good o bad ending, sta al giocatore trarne un’interpretazione. Questo perché The Signifier è un titolo che sfrutta molto il simbolismo per progredire nella narrazione: i ricordi di Johanna, la vittima, sono filtrati attraverso emozioni e sensazioni che creano illusioni e artefatti.


A chi consigliamo The Signifier?

Da cosa deriva la verità? I dati oggettivi sono affidabili oppure sono corruttibili da altri fattori, estranei e non? The Signifier risponde a delle domande, a volte incespicando nella narrazione, senza però dare affermazioni definitive. Da il meglio di sé durante le sessioni di esplorazioni dei ricordi, per poi cadere nei segmenti ambientati nel mondo reale. È una breve avventura di un team certamente ambizioso, che ha cercato di creare qualcosa che mettesse il giocatore davanti ad una sorta di lezione di psicoanalisi in miniatura. È un titolo acerbo sotto certi aspetti e che mostra le sue potenzialità una volta giunti a metà avventura, ma non sono stati riscontrati bug particolari che ne mettono a repentaglio la godibilità. La resa estetica è tutt’altro che eccelsa e la scrittura a volte zoppicante, The Signifier non farà la storia dei videogiochi, ma non è un brutto titolo.

Buona trama e ottime le sessioni nei ricordiQualità grafica molto spartana, con animazioni sottotono
Sonoro pregevole ma…… il doppiaggio non è sempre eccellente

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