Piombo rovente, retrowave e pixel art

Nel 1989 uscì il singolo di Raf “Cosa resterà degli anni ’80”, pezzo in cui Raffaele Riefoli si chiedeva, insieme a Giancarlo Bigazzi e Giuseppe Dati, appunto cosa ci sarebbe rimasto di quel decennio così florido e dall’estetica violentemente colorata di acidi colori rigurgitati dal colore bruciante dei neon colorati. Cosa è rimasto di quei suoni, di quelle visuali, di quello slancio tecnologico che ha innestato una voglia sempre più forte di immaginare il futuro – sì, quello con i jetpack – e di quel modo di raccontare l’arte in tutte le sue forme? Beh, praticamente tutto e anzi sembra che sia pressoché impossibile scrollarseli di dosso quegli anni, avvinghiati a un’operazione nostalgia che sembra non voler abbandonare le luci della ribalta.

Easy Trigger Games, sotto l’egida di Coffe Stain Publishing, propone la sua visione retro-futuristica in salsa anni ’80 con uno sparatutto a scorrimento che farà la felicità degli appassionati del genere, rischiando al tempo stesso di risultare prodotto figlio di un’estetica forse eccessivamente sfruttata in tutti i media degli ultimi anni. Huntdown è un compendio di una precisa concettualizzazione artistica e una lettera d’amore all’iconografia cinematografica che ha segnato un decennio – e non solo.

Provato su Playstation 4

ProContro
+ Buon level design– Manca in parte del carismo artistico necessario a imporsi, schiavo del suo citazionismo
+ Scorrevole, divertente, solido– Curva di difficoltà non sempre ottimale
+ Ottima longevità e ri-giocabilità, grazie anche alla coop locale
+ Soundtrack pregevole
+ Buona pixel art

Amarcord

Eccoci qua, a bordo della nostra supercar dotata di video-connessione diretta con la Wolfmother, la mandante di tutti i nostri omicidi. I bersagli? Chiunque, potenzialmente. Il mondo di Huntdown è duro, senza regole e truculento. Immaginate il figlio illegittimo di Fuga da New York e i Guerrieri della Notte prendere vita, con una spruzzata di Blade Runner e un pizzico di Quinto Elemento (ehi, ma non è anni ’80 quello!), ah e non dimenticate ettolitri di citazioni, graffiti e neon. Una città in cui tutto cacciano e vengono cacciati, in cui la polizia non ha le risorse necessarie per placare la distorta anarchia imposta da crudeli figure pronte a tutto per regnare su ciò che rimarrà del paese, una volta finita la sanguinaria guerra dei territori.

Qui entriamo in gioco noi, poiché la nostra missione è quella di terminare – prematuramente e definitivamente – l’impero criminoso delle gang principali che spargono morte e terrore per le strade, tagliando direttamente le serpentine teste che muovono le fila, uccidendo i vertici della criminalità organizzata. Non particolarmente brillante né originale come canovaccio ma estremamente funzionale come pretesto per fare una strage, quindi perché lamentarsi? Prepariamoci a ripulire il mondo dalla feccia criminale, un proiettile alla volta.

La caccia è aperta

Selezionato uno dei tre differenti personaggi, ognuno con la propria arma personale e peculiarità caratteriali e non, veniamo introdotti al nostro mestiere proprio dalla Wolfmother, che con un rapido briefing ci spiega dettagliatamente il nostro ruolo all’interno delle dinamiche del mondo di gioco.
Ci si tuffa così immediatamente nel primo livello, pronti per la guerra. C’è un feeling simile a quello di Metal Slug una volta preso il pad in mano, eppure il gameplay risulta da subito più fluido e frenetico, grazie anche a un level design che sfrutta un’ottima verticalità, pur rimanendo saldamente lineare nella sua ottica di run&gun a scorrimento. Oltre alla nostra arma da fuoco base e una da lancio, possiamo mettere le mani su un arsenale classico ma variegato di bocche da fuoco, esplosivi e strumenti di morte di vario genere, raccogliendo quelle sparse fra i livelli o – con più soddisfazione – dalle fredde mani dei nostri nemici, che fra l’altro risultano molto curati e variegati, con una differenziazione e caratterizzazione davvero encomiabile.

Spesso capita di avere più armi fra cui scegliere, le quali lasceranno per sempre il nostro arsenale una volta esaurite le munizioni, come da tradizione nel genere, ed è essenziale scegliere quella più adatta non solo al nostro stile di gioco ma anche al nemico che ci si trova di fronte o alla conformazione del livello in cui ci troviamo. Ci attendono grandinate di proiettili avversari ovviamente, che possiamo evitare tramite coperture improvvisate ma anche ai nostri dash – terreno e areo – implementati al momento giusto, che ci permettono non solo di evitare una pallottola in fronte ma anche di scivolare alle spalle dei nostri nemici, offrendoci dunque un vantaggio strategico preziosissimo.

Ogni livello culmina in una boss fight, ognuna delle quali vanta un design completamente unico e “di carattere” nell’economia del titolo, rivelandosi uno dei maggior punti di forza della produzione. Il ritmo di gioco è sostenuto non solo dalla sua scorrevolezza ma anche dal senso di sfida – seppur non sempre bilanciato al millimetro – e dalla voglia di affrontare nuove gang e boss, scoprendo quale gustosa citazione ci aspetti nel prossimo livello.

Neon & Graffiti

Huntdown arriva al termine di una generazione in cui il genere indie è diventato protagonista del mercato, arrivando in alcuni casi ad avvertire anche una certa saturazione per titoli in pixel art e basati su quest’accezione di deriva artistica. Di conseguenza, il titolo di Easy Trigger Games arriva da noi come “ennesima” portata di un buffet già ricco e straripante ma con il pregio di essere un boccone davvero saporito, anche sul fronte tecnico.

La pixel art impiegata in Huntdown viene adoperata con saggezza e capacità, mostrando schermate sempre ricche e traboccanti di dettagli, appagando la vista del giocatore costantemente. Al netto di Boss e protagonisti ben caratterizzati, seppur sempre referenziali, l’unica sbavatura della produzione è un tratto artistico troppo derivativo. Intendiamoci, il “tratto” è buono e ben definito e andando avanti nell’avventura ci aspettano panorami sempre migliori e con qualche guizzo di ispirazione, forse troppo raro però. Se avesse mostrato un po’ più di estro creativo, e dunque non legato quasi esclusivamente al citazionismo, Huntdown sarebbe stato un titolo inattaccabile praticamente sotto ogni fronte, eppure si ferma un attimo prima dell’eccellenza, senza riuscire a mettere completamente a fuoco una propria identità nel mondo che vorrebbe proporci. Discorso diverso per la colonna sonora, che mostra tracce elettroniche dal gusto spiccatamente anni ’80 ma che esplicano pienamente il carattere della produzione.

A chi consigliamo Huntdown?

Non commettete l’errore di considerare Huntdown “uno dei tanti”, se apprezzate il genere di appartenenza, se nonostante tutto amate ancora gli anni ’80 e se ogni volta che pensate a Metal Slug un sorriso affiora meccanicamente dalle vostre labbra, allora non potete che rimanere preda del titolo di Easy Trigger Games. Non avrà l’estro di Katana Zero e forse non rimarrà impresso per sempre nella vostra memoria ma sarà certamente in grado di farvi divertire per un cospicuo numero di ore, da soli o in compagnia di un amico grazie alla coop locale. Huntdown è un titolo solido e appagante, con un tripudio di citazioni deliziose e pochissime sbavature.

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