VirtuaVerse è l’ultimo indie cyberpunk recentemente sbarcato su PC/Steam. Si tratta della prima prova non solo degli sviluppatori di Theta Division, un piccol(issim)o gruppo composto da tre persone, ma anche del publisher stesso, Blood Music, impegnato prima d’ora solo nell’ambito musicale.

Provato su PC

ProContro
+ Pixel art di rilievo– Puzzle davvero old school
+ Soundtrack synth-metal tutta italiana
+ Sprazzi di comicità classica da punta e clicca

L’abbuffata di cyberpunk non appresta a fermarsi, ma d’altronde, chi siamo noi per stabilire quando il trend debba arrestarsi? Per quanto mi riguarda, finché arrivano sul mercato prodotti come VirtuaVerse non può che giovarne l’intera industria. Fatevi dunque sotto con il tecno-splendore decadente!

Tribù di sub-urbani

VirtuaVerse cerca di mescolare due elementi finora rimasti -misteriosamente direi- più o meno separati: cyberpunk e avventure punta e clicca. La commistione dei generi è scemata dopo il Blade Runner di Westwood Studios, uscito nell’ormai preistorico 1997, con qualche singhiozzo in tempi recenti, un po’ perché il cyberpunk non tirava più -fino a quando non è stato riportato prepotentemente sulla scena da film come Blade Runner: 2049, il live action di Ghost in the Shell e naturalmente l’annuncio di Cyberpunk 2077- e un po’ perché le avventure punta e clicca sono ormai vestigia di un passato remoto, molto popolari su PC negli anni ’90 ma passate sempre più in secondo piano fino a raggiungere uno status di nicchia oggigiorno. Alla prova, il titolo Theta Division è riuscito a sorprendere grazie a una presentazione ben confezionata che non mancherà di stupire gli appassionati di entrambe le categorie.

Gli eventi di VirtuaVerse sono ambientati in un futuro prossimo in cui grandi conglomerati aziendali stringono la propria morsa sulla popolazione tramite la pubblicità, lo spam invasivo e continuo che arriva direttamente davanti agli occhi del consumatore: il sogno proibito di ogni pubblicitario che si rispetti. Il gadget del futuro non è lo smartphone, in questo caso, ma l’AVR, visore per realtà aumentata che tutti bramano, per vivere esperienze uniche (legali e non tanto legali). In questo mondo si muove il misterioso protagonista incappucciato di cui vivrete la storia, Nathan, un trafficante di hardware moddato e software craccato che vive al di fuori della rete neurale, in grado di passare alla realtà aumentata anche solo temporaneamente.

Vi risveglierete nel vostro appartamento da cittadino di classe B, con il visore AVR rotto e un messaggio lasciato dalla vostra fidanzata Jay. Un incipit semplice che si dipanerà ben presto in una trama dalla durata di una decina d’ore circa (anche in base alla vostra intuitività e bravura nella risoluzione dei puzzle) e che vi porterà in luoghi diversi alla ricerca della verità, tra sciamani digitali, tribù urbane e hacker dalla moralità contorta.

Lucas chi?

Il sistema di gioco, come già annunciato precedentemente, è il classico punta e clicca, da giocare quindi assolutamente con il mouse per un’esperienza quanto più piacevole e priva di stress possibile. Non sapete di cosa si tratti? Bene, si sposta il puntatore del mouse su un oggetto/persona/evento e ci si clicca su per ottenere diverse opzioni: guardare, parlare, raccogliere, interagire e così via.

Chi non ha mai avuto a che fare con le mitiche avventure LucasArts di qualche decennio fa (Maniac Mansion, The Secret of Monkey Island, Indiana jones and the Fate of Atlantis per citare alcune delle più famose) probabilmente potrebbe trovare questa categoria di videogiochi poco stimolante o molto lenta, e se consideriamo l’esposizione a giochi action e adrenalici odierni è indubbio che possa sembrare effettivamente così. Ciononostante, il pregio di VirtuaVerse è proprio il suo volersi immergere fino in fondo nello stile che ha reso popolare il genere, con tanto di puzzle ed enigmi ottusi che solo pensando fuori dagli schemi è possibile risolvere (o anche andando a caso, come spesso capitava un tempo quando non c’erano walkthrough e guide da seguire).

È anche giusto dire che in alcuni casi la logica per la risoluzione di determinate sequenze è davvero fuori dal mondo, e può portare a frustrazione estrema quando i vostri sforzi cerebrali vengono ripagati con semplici linee di dialogo che prendono a calci le vostre ancor più strampalate teorie. Spesso dovrete combinare degli oggetti tra di loro e premendo la “I” sulla tastiera vi si aprirà l’inventario, dal quale potrete selezionare quelli raccolti durante il vostro girovagare. Ne accumulerete un bel po’, alcuni anche potenzialmente inutili, piazzati lì per torturare il vostro cervello quando meno ve lo aspettate, quindi, come si dice, utente avvisato…

Pixel violacei

La pixel art del gioco è realizzata in modo preciso e attento, volta a ricreare un ambiente neo-futurista che richiami immediatamente all’immaginario cyberpunk classico, soprattutto nelle prime battute di gioco. Troviamo dunque paesaggi di megalopoli superaffollate, pioggia continua dal mood vaporwave, neon violacei e lo spam virtuale che spunta dietro ogni angolo per cercare di vendervi ogni sorta di prodotto. L’ossessiva presenza di caratteri giapponesi nelle produzioni cyberpunk è spesso motivo d’imbarazzo poiché ci si ritrova davanti roba completamente a caso o peggio inventata di sana pianta, in questo caso invece tutte le scritte sono contestualizzate e se c’è un bagno, state sicuri che davanti troverete scritto トイレ (ovvero toilet).

Per chi fosse alla ricerca di un titolo completamente dal sapore cyberpunk, però, VirtuaVerse potrebbe non soddisfare del tutto poiché i cambi di scenario sono presenti, e talvolta anche molto significativi, tanto da far dubitare dell’impronta fortemente tecno-futuristica che ci si para davanti al primo avvio dell’avventura. Il cambio di ritmo però può anche essere piacevole ed è in grado di risollevare la scrittura che non sempre è eccellente, cadendo di tanto in tanto in qualche retro-cliché proveniente dritto dritto dagli anni ’90.

A sostegno del comparto visivo abbiamo una soundtrack E-C-C-E-L-L-E-N-T-E, un misto tra synth rock, metal e chiptune del compositore italiano conosciuto come Master Boot Record, niente blues moody à la Vangelis in questo caso (anche se qualche traccia presenta influenze di questo tipo), ma un ritmo incalzante che meglio si adatta all’avventura. Null’altro da dire in merito se non: “provare per credere”.

A chi consigliamo VirtuaVerse?

Nonostante tutti i pregi del gioco, resta comunque un’avventura punta e clicca e pertanto un titolo di nicchia per appassionati che non hanno mai dimenticato questo genere, bramandone segretamente sempre di più. La vostra fame può essere ora placata correndo ad acquistarlo su Steam (e non ve ne pentirete). Se invece non avete mai giocato un punta e clicca, ma siete fan dell’estetica cyberpunk e volete qualcosa che vi sazi in attesa di Cyberpunk 2077, allora potete rinunciare a un paio di pizze per dare una possibilità a VirtuaVerse. Se non volete avere niente a che fare né con il genere né con il tema, perché diavolo siete arrivati in fondo alla recensione?

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