Sulla carta, Hellpoint di Cradle Games è l’ennesimo souls-like che tenta di salire sul carro del vincitore per godere di un po’ di luce di riflessa e farsi abbracciare dal vasto pubblico che alimenta il successo del genere in questione. La realtà non sembra essere troppo distante da questo concetto però e, pur comprendendo che si tratti di un’opera prima e che dunque voglia di conseguenza giocare un po’ sul sicuro a livello commerciale, risulta un prodotto un po’ irritante.

Probabilmente è colpa di chi scrive, saturo ormai di un genere che ha già detto tanto e che, se vuole dire ancora qualcosa, deve imparare a proporre novità, anche commettendo degli errori magari (Blasphemous per esempio è fortemente contaminato da questa tipologia di giochi ma non ne è schiavo) ma evitando di risultare parodistico. Questo termine non lo uso con accezione di scherno ma proprio nel suo significato più stretto, una cattiva riproduzione di ciò che si propone di imitare, e questo riassume abbastanza bene ciò che Hellpoint in fin dei conti presenta al giocatore.

+ Prezzo budget– Tecnicamente debole
+ Tinte da horror sci-fi– Estro artistico insipido
+ Complessivamente, la formula souls-like funziona anche qui– Troppo derivativo
– Gameplay farraginoso

Nello spazio nessuno può sentirti sbadigliare

Irid Novo è una stazione spaziale in declino, decadente e alla deriva. Pallida ombra di ciò che un tempo è stata, ovvero un avveniristico polo della scienza, simbolo del futuro e faro della speranza per l’umanità e tutte le specie viventi dell’universo. Ciò grazie al dialogo instaurato con i Sommi, esseri antichi e potenti in un’ottica quasi lovecraftiana appartenenti a un differente piano dimensionale.

Orbitando vicino all’affascinante e spaventoso Sagittarius A*, il buco nero situato al centro della Via Lattea. Qualcuno o “qualcosa” ha corrotto l’essenza stessa di Irid Novo, che rischia ora di venir relegato per sempre all’oblio. L’Autore, criptica identità non meglio definita che per noi giocatori assume un ruolo divino, dona vita al nostro alter-ego video ludico, una creatura biomeccanica denominata Progenie, la quale, grazie alla sua natura inumana, è immune alla corruzione che ha divorato umani e non, trasformandoli in esseri basati sull’istinto e l’aggressività. Insomma, per quanto cerchi di imbastire un discorso diverso dal solito, ci troviamo di fronte all’ennesima piaga su cui investigare e da sconfiggere, un pretesto ben rodato, ma anche un po’ abusato ormai, che funge bene per imbarcarsi in una tetra odissea fatta di combattimenti e morte reiterate, che probabilmente riusciranno a intrattenere gli irriducibili fan del genere in astinenza, ma che annoierà ben presto tutti gli altri. Mi spiace essere così secco, sicuramente il team ha lavorato con impegno sull’universo da loro creato e non mancano alcuni concetti o spunti interessanti al livello narrativo, così come sprazzi di idee che ben si innestano in questo tipo di giochi, eppure il risultato finale non può che apparire troppo scialbo.

Hack my DNA, please

Essendo un souls-like non può mancare una corposa componente di personalizzazione del proprio avatar, sia mediante i numerosi pezzi di equipaggiamento sparsi nel mondo di gioco, sia soprattutto grazie alla possibilità di investire gli Assioni (in tutto e per tutto epigoni delle Anime di soulsiana memoria) per potenziare le nostre caratteristiche e di conseguenza poter sfruttare determinati pezzi di armatura o imbracciare armi differenti, tra cui anche bocche da fuoco, le quali risultano sicuramente le più interessanti (sebbene non del tutto innovative) declinate in questo tipo di produzione.

Possiamo poi modificare le armi e potenziarle, con oggetti specifici dedicate alle statistiche su cui esse si basano, così come non manca un sistema di crafting e di gestione e riciclo delle risorse, atto proprio a irrobustire queste dinamiche. Molto classico e molto lineare, ma funziona. Tornando allo HUB centrale avremo sempre a disposizione tutti gli elementi per poter migliorare e costruire il nostro equipaggiamento, prima di intrufolarci nuovamente negli spettrali abissi di Irid Novo. È presente dunque il concetto di “build” e di conseguenza di rigiocabilità, almeno teoricamente, ma è molto difficile che il gioco lasci voglia di essere nuovamente affrontato una volta arrivati ai titoli di coda.

Silicio e Sangue

Il combat system di Hellpoint ricalca il rodatissimo schema di From Software, mappando i controlli in maniera pressoché identica, con l’ormai iconico sistema di attacchi, parry e parate ancorato ai dorsali e ai grilletti del controller. Purtroppo però il sapore risulta molto diverso dai titoli di Miyazaki, a causa di un set di animazioni poco fluide e un sistema di hitbox e hurtbox completamente fuori fuoco, soprattutto durante le boss fight, che rappresentano uno dei difetti più evidenti della produzione. Piccoli bug, sbavature disseminate qua e là e una telecamera capricciosa fanno il resto, insieme a una varietà di nemici appena sufficiente. La possibilità di saltare liberamente ed eseguire un attacco in elevazione non è una cattiva idea ma viene penalizzata da una realizzazione tutt’altro che pratica.

Insomma, nel complesso la componente ludica riservata agli scontri risulta essere appena accettabile e solo raramente (molto raramente) appagante, rendendo la frustrazione di alcune sezioni più acuta di quanto dovrebbe, anche e soprattutto nelle fasi al di fuori dei combattimenti, con sessioni dal taglio platform che risultano ancora più meccaniche e macchinose di quanto era ovviamente inteso originariamente dal team di sviluppo.

Futuristico

Arte e Tecnica sono un fattore sempre più determinante in questo media e sempre più interconnessi fra loro. Hellpoint si prefigge di presentare un mondo vicino all’horror sci-fi, innestando elementi cyberpunk, creando un quadro che in qualche modo ha in sé una eco, forse involontaria, di alcune opere di Enki Bilal, oltre che, degli esponenti del genere più pop come Blade Runner, Alien e – per rimanere nell’ambito dei videogiochi – Dead Space, ma non riesce a riportarne efficacemente il respiro se non in piccoli e sporadici casi che non impattano minimamente nell’economia complessiva e che vengono comunque sporcate dalle tinte più puramente legate al dark fantasy che, in ultima analisi, non riescono a dare quel guizzo in più che potenzialmente avrebbero.

La componente tecnica paga lo scotto di un titolo dal budget risicato ed esprime luoghi e spazi in maniera anonima. Elementi e ambienti asettici e squadrati sono stati spesso simbolo di una certa ottica legata alla fantascienza ma in Hellpoint sono semplicemente spogli e privi di mordente, a volte anche di logica, considerata una costruzione del mondo fin troppo confusionaria e un level design che, al netto di qualche scorciatoia indovinata, porta il giocatore a perdersi in più di un’occasione. Il design risulta scialbo, pigro e abbastanza banale, soprattutto per quanto riguarda i nemici che non possono non risultare “la solita minestra”.

A chi consigliamo Hellpoint?

Tutti i fan del genere pronti in più di un’occasione a chiudere un occhio (ma anche due, ma anche a invitare a casa qualche amico per farsi aiutare a chiudere le coppie occhi necessarie) sugli evidenti e inerenti difetti di Hellpoint, troveranno un titolo con pochissimo mordente ma funzionale dall’inizio alla fine, magari intrigati dalla, possibilità di giocare tutta la storia insieme a un amico (anche in locale) e dividersi il fardello di un prodotto riuscito solo a metà. Chiunque sia in cerca di un prodotto di qualità, a prescindere dall’essere o meno stanco del genere souls-like, dovrà invece fare i conti con un gioco tremendamente derivativo e fiacco, in cui i difetti si presentano molto più robusti e imponenti dei pregi.

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