Studio Fizbin e Lux Games ci ricordano quanto sia potente il potere del “No” con Say No! More, ultimo titolo disponibile sulle migliori piattaforme videoludiche (naturalmente, parliamo del PC).


NO! Non è una recensione

Allora, questa non è una recensione e non è nemmeno un editoriale, credo, non è niente, oppure è tutto. In fondo, perché ci ostiniamo a etichettare ogni stra-ca**o di cosa? E perché spesso per sfuggire dalle etichette ce ne inventiamo altre? Ci ghettizziamo per ribellarci all’ostracismo – metaforico o meno – della nostra simpatica società: si è arrivati al parossismo, no?

Ok, sembra che sia partito per la tangente e forse sto cadendo nell’errore, così diffuso, di cercare di alzare il livello della discussione semplicemente incrementando quello del lessico, e chiedo scusa per questo, MA (perché c’è un sempre un “ma”, spesso anche tutto in maiuscolo) Say No! More è effettivamente un’aspra critica, agilmente mascherata da una narrazione sopra le righe, a quella società che ci vorrebbe, spesso riuscendoci, come una schiera di robot senza identità. E qual è la soluzione, secondo il team, per evitare questo giogo che, soprattutto in ambito lavorativo, si rivela sempre più pesante? È presto detto, mediante un’unica parola:

NO

Say No! More non è propriamente un gioco, forse la chiamerei più “esperienza narrativa di sottrazione ludica” e se lo facessi avreste tutto il diritto di staccarmi le dita a morsi – o con la tecnica che più gradite – ma NO, non lo definirò così, prima di tutto perché non ho idea di cosa voglia dire ma soprattutto perché, neanche dieci righe fa, sostenevo che non fosse necessario dare per forza un nome o definizione di ogni cosa, del resto il mondo è bello perché liquido.

  • dici di si say no more
  • no volante say no more
  • parola proibita say no more
  • pranzo in say no more

NO! Non pronunciare la parola proibita

Comunque, una volta avviato il titolo, dopo una breve creazione del personaggio (il consiglio è di renderlo più kitsch possibile, ma fate un po’ come vi pare) il nostro alter ego si trova sul suo nuovo posto di lavoro, come stagista ovviamente, la patina di sorrisi e affabilità crolla ben presto, per lasciare spazio al dorato mondo del mobbing. Afflitto e costretto all’obbedienza più becera, un barlume di speranza si accende grazie al ritrovamento di un piccolo tesoro nascosto, un’arma invincibile destinato a cambiare il mondo: un’audio-cassetta di training autogeno in grado di insegnare l’utilizzo della parola proibita e dimenticata, in grado di sovvertire l’ordine naturale delle cose.

Il meccanismo attorno cui ruota l’esperienza si riduce quindi “solamente” a dire “No!” a tutto ciò che ci circonda, alle richieste assurde di colleghi e superiori e, più in generale, a tutte le ingiustizie e i soprusi che fanno parte della quotidianità. Ci sono una manciata di comandi extra che possono “indebolire” i nostri nemici, così come una serie di differenti tipologie di negazioni ma il risultato sarà sempre lo stesso: l’obiettivo del nostro “no” verrà messo fisicamente KO dalla potenza della nostra repulsione.

Forse gli sviluppatori vogliono ricordarci che, a prescindere dal tono e dai modi, l’importante è sempre avere la forza di alzare la testa e non farsi calpestare. Sì, c’è anche la possibilità che queste opzioni siano state programmate con il culo, però vabbé dai, diamo per buona la prima.

NO! O meglio, SI! Compratelo

Ma la vera “lezione” che Say No! More vuole trasmettere è che, tutti insieme siamo più forti e laddove un singolo “no” non può arrivare, il trionfo sulla crudeltà di questo mondo è raggiungibile solo mediante l’appoggio delle persone intorno a noi. Ce lo dice con una sezione finale fuori di testa e degna di Gurren Lagann nelle intenzioni, sebbene non sorretto da una struttura tecnica o artistica in grado di conquistare totalmente, pur bucando lo schermo in qualche occasione, grazie alla surreale vicenda intrisa di nonsense.

Certo, il mondo reale è un po’ più complesso, eppure ogni tanto ricordarci che cos’è la coscienza sociale e a cosa potrebbe portare, per quanto utopico e melenso, non è così male, no?

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