Denjin Picks è la rubrica dove vogliamo convincervi a provare quei videogiochi poco fortunati perché brutti, sconosciuti o dimenticati. Noi difendiamo i più deboli e i brutti perché a volte sono belli dentro! (Tante altre volte manco quello)

Se il nome vi sembra uno scioglilingua è perché in giapponese la maggior parte delle parole è proprio così, lunga e impronunciabile. Il titolo di cui parliamo oggi è conosciuto ai più come “Ken il guerriero su plèstescion“, o almeno era conosciuto così tra i fortunati che nei primi anni 2000 potevano avere accesso a giochi importati tramite una console moddata. I giovani di oggi dovrebbero capire che la gran parte dei titoli nipponici, oggi facilmente disponibili perché sdoganati anche in occidente, un tempo erano relegati alle sole quattro isole principali che formano l’arcipelago giapponese. Per i ragazzi di un tempo, quindi, poter impersonare in un videogioco i propri eroi dei cartoni animati preferiti era vera e propria utopia, non solo per la scarsa reperibilità dei titoli, ma anche per la barriera linguistica che deprimeva tutti coloro che non avevano un QI abbastanza elevato per studiarsi da soli un po’ di giapponese.

Hokuto no Ken: Seikimatsu Kyuuseishu Densetsu, pubblicato da Bandai e sviluppato da Natsume, era una bestia rara poiché sebbene fosse dotato di una modalità storia che includeva dialoghi in lingua originale, questa poteva facilmente essere dedotta da chi aveva visto la serie TV. Le cutscene lasciavano poi spazio a combattimenti tra modelli poligonali 3D (era il primo gioco dedicato a Hokuto no Ken con questa caratteristica) che esplodevano in mille pezzi quando colpiti dalle tecniche del guerriero della scuola di Hokuto, lasciando dietro di sé pozze di sangue truculente.

Il genere è un action, la scelta migliore per i giocatori occidentali che non avevano idea di cosa ci fosse scritto sullo schermo ma adoravano comunque eliminare sgherri post-apocalittici presi di peso dall’immaginario di Mad Max, seguendo le vicende di Ken dall’inizio della sua avventura fino allo scontro finale con il fratello Raoh. La meccanica del gioco è molto semplice: si guarda uno spezzone che riproduce più o meno fedelmente l’anime senza capire alcunché, seguito da un combattimento con sgherri e boss, durante i quali sono presenti anche dei primitivi QTE obbligatori al termine degli scontri più importanti per far proseguire la storia.

Certo, il gioco se affrontato oggi potrebbe far ridere per la realizzazione di modelli tridimensionali grezzi, affetti da spasmi e convulsioni che dovrebbero, almeno in teoria, replicare movimenti reali, tuttavia per chi ha avuto modo di giocarlo all’epoca ha ancora qualcosa di affascinante. D’altronde, come si può restare impassibili di fronte alla riproduzione con l’engine del gioco della sigla d’apertura giapponese?


Una gioia per gli occhi e per le orecchie, vi assicuro che ogni volta che giocavo il titolo non saltavo mai questa sequenza iniziale, andava gustata in ogni suo aspetto, magari cantandola a squarciagola mentre si tentava di stracciarsi le vesti di dosso come un vero guerriero di Hokuto.

Oltre alla modalità Storia, sono presenti altre tre opzioni: la modalità theatre per rivedere le cutscene, la modalità 1 vs 1 e un mini-gioco segreto sbloccabile dopo aver concluso tutti i capitoli senza mai utilizzare “continue”, dove lo scopo è tritare quanti più nemici possibile in 30 secondi, un salto nella vita quotidiana di Ken, insomma.

Voglio spendere due parole di apprezzamento nostalgico per la modalità 1 vs 1, dove si può combattere contro la CPU o, addirittura, contro i vostri amici, scegliendo tra 14 personaggi diversi dopo averli sconfitti nella storia, modalità che quindi trasformava l’action in un picchiaduro 3D estremamente divertente anche se primitivo, con hitbox al limite dell’assurdo e tecniche overpower come la Hien Ryūbu di Rei della scuola Nanto, conosciuta in italiano come la “Danza volante del flusso che avvolge”.

L’unico modo per giocare questo titolo, oggigiorno, è quello di possedere una Playstation con modchip (o direttamente NTSC-JAP) e una copia del gioco che si aggira intorno ai 50 euro su eBay (almeno al momento della scrittura dell’articolo). L’emulazione è sempre un’alternativa, solo non dite che ve l’abbiamo consigliata noi.
Per chi fosse semplicemente curioso, è possibile trovare qualche longplay su YouTube anche se il gioco dà il meglio di sé quando giocato con le proprie manine sudicie, magari contro qualche amico per decidere chi sarà il successore della divina scuola!

YOU は SHOCK!

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