Ahhhh, le spiagge dorate, la brezza che solletica le palme, i costumi risicati e i cocktail annacquati sovra-prezzati. Questa sì che è vita, crogiolarsi al sole senza un solo problema nel mondo, abbracciati dal cielo terso che si specchia nei nostri occhiali scuri all’ultimo grido e… beh, a proposito di grida effettivamente c’è qualcosa che non torna, perché tutti urlano e fuggono impauriti? Hanno anche abbandonato il delizioso unicorno gonfiabile che ondeggia beato verso riva, che si tratti di un’onda anomala, un pingue nudista che mostra le sue oscenità, oppure… Oh, no.

Tripwire Interactive è una sotware house che ha sempre dimostrato un certo amore per il sangue e la violenza, proponendoci produzioni come Red Orchestra, la truculenta serie di Killing Floor e che, fra l’altro, sta lavorando al seguito di Chivalry -quel dolcissimo gioco intriso di gore medioevale che ricade nella categoria ufficiosa del genere “sanguemm*rda” , che tanto amiamo-. Di conseguenza, che proprio loro si mettessero al lavoro su un gioco come Maneater, che vanta lo stesso desiderio di carneficina fine a sé stessa del compianto Carmageddon, non stupisce affatto. Gli squali, tra l’altro, figurano nella lista degli animali più amati del sottoscritto e questo, unito alle meccaniche rpg, dovrebbero renderlo uno dei giochi dell’anno, perlomeno per chi vi scrive. Eppure, non tutti i morsi con pressione mascellare da 95 chili riescono con il buco…

Provato su Playstation 4

+ Si gioca nei panni di uno squalo. Uno squalo mutante.– Quasi tutto il resto
+ Il colpo d’occhio è gradevole
+ Rileggete il primo punto

Spielberg me spiccia casa

Le prime fasi del gioco servono a presentarci la situazione, uno stralcio di trama e anche la nostra nemesi. Insospettabilmente, Maneater è una revenge story, di un cucciolo di squalo deciso a vendicare la propria madre, catturata e brutalmente uccisa dal pescatore/cacciatore di squali Scaly Pete. Il piccolo – ma sanguinoso – pesce che impersoneremo deve però irrobustirsi e crescere a dover prima di poter affrontare il temibile umano ed ecco dunque che parte la nostra avventura di riscatto.

In sostanza, in Maneater abbiamo una mappa di gioco abbastanza vasta da esplorare in discreta libertà e una serie di missioni primarie e non da affrontare per guadagnare esperienza e diventare sempre più grossi e cattivi. Il mare è la nostra ostrica insomma e le prime fasi di gioco scorrono sbranando pesci più piccoli di noi e fuggendo da alligatori e altri predatori che possono divorarci in un unico boccone. Le prede più preziose però sono quelle che camminano sulla terra ferma e che fra i loro hobby amano pescare con l’arpione teneri squali pseudo-innocenti da esibire come trofei. Ecco che quindi i nostri nemici numero uno diventano le barche che trasportano questi assassini senza scrupoli, che con tanta rabbia – e incoscienza – si pongono fra noi e il borioso Scaly Pete.

Fortuntamente, le nostre abilità non si basano solo sull’essere voraci, forti e incredibilmente tamarri quando la nostra pinna fende il pelo dell’acqua, ma possiamo anche – e soprattutto- contare su preziose mutazioni genetiche da sbloccare avanzando di livello. Radar, scariche elettriche, pelle più coriacea e tanto altro ci aspettano in Maneater, mediante uno skill tre abbastanza blando, ma comunque molto pratico e intuitivo, che ci permette di personalizzare il nostro alter-ego pinnuto e renderlo un ancor più efficace macchina di morte. Il problema è che tutto questo incide molto poco su un combat system talmente insipido che viene difficile anche solo definirlo come tale.

Sostanzialmente abbiamo a disposizione due attacchi, il classico morso, che è anche la nostra arma primaria, e un colpo di coda atto a stordire i nemici e renderli dunque più mansueti e facili da predare. Il senso di crescita dello squalo dunque, si percepisce solo visivamente, ed è facile affezionarsi a quella tenera creaturina divoratrice di viscere che con eleganza si muove nel mare. Purtroppo, il gioco offre una varietà decisamente scarna e anche il poco che propone, non è così esaltante. Per carità, amo lo sregolato eccidio senza scopo quanto chiunque altro, eppure non basta sbranare pescatore e prendere a testate chiglie per cinque ore di fila per intrattenermi, il che a rileggere la frase mi suona anche molto strano, eppure è così. Scorrazzare sul fondale per affiorare lentamente dall’acqua, o saltare in maniera così spettacolare da far rosicare perfino l’orca Willy e ghermire la preda è esaltante, la prima volta. Forse le prime due o tre, ma poi alla lunga, un po’ come la musica balcanica, rompe i cosiddetti.

Ci si potrebbe dilungare molto e cercare di vedere il rovescio della medaglia, ovvero il tono spassoso con cui la vicenda viene narrata o il fascino di un gioco che comunque cerca di proporre qualcosa di atipico e originale, ma è veramente difficile difendere Maneater quando lo si guarda con un briciolo di obiettività. Il tutto viene corredato da una gestione dei controlli abbastanza scomoda e, soprattutto, da meccaniche di gioco che portano la telecamera a guizzi e volteggi repentini dentro e fuori dall’acqua, il che può causare facilmente motion sickness.

Cartoline sbiadite

Il primo impatto visivo con Maneater non è dei peggiori, anzi. Considerato che non si tratta certo di un prodotto dall’ampio budget, a livello puramente estetico ci si può ritenere abbastanza soddisfati per quanto concerne il colpo d’occhio, eppure, anche i questo senso i pregi si esauriscono in fretta. Il nostro predatore vive in un mondo pressoché privo di fisica, il sistema di nuoto non riesce a restituire l’impressione di trovarsi sott’acqua ma piuttosto di incedere per inerzia in uno spazio privo di gravità, possenti come palloncini fluttuati via che pigramente si muovono nel cielo. Alcuni scorci dei “vari” fondali marini in cui ci si imbatte nel corso delle circa cinque ore della storia risultano abbastanza interessanti ma anche in questo caso, non c’è nessun guizzo (ah ah ah) vero e proprio che possa dare punti in più alla produzione. Il comparto tecnico dunque, a braccetto con una giocabilità abbastanza irrisoria e una telecamera da gioco della bottiglia, si rivela una spina nel fianco abbastanza affilata, quasi come un dente di squalo insomma.

A chi consigliamo Maneater?

Sinceramente? A nessuno. A prescindere da tutto, Maneater aveva il potenziale per essere una produzione sfrontata e accattivante, divertendo nonostante la sua natura di “opera minore”, eppure il team di sviluppo si è perso nel proverbiale bicchiere d’acqua (battutoni a non finire oggi!) e il prodotto ora che abbiamo per le mani si può definire un’occasione sprecata. Qualora foste anche biologi marini appassionati di squali e con una spiccata propensione per la violenza gratuita, l’ultima fatica di Tripwire Interactive non può che risultare un enorme buco nell’acqua (è davvero troppo facile), proponendo un gioco insipido e senza mordente, e su quest’ultima freddura credo sia meglio fermarsi.

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