Polli con carrucola: la recensione di Return to Monkey Island

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Anni ’90, l’Amiga di mio fratello e il cielo stellato sulla sagoma scura di Melèe Island che ha sempre avuto qualcosa di caloroso e rassicurante, come sentirsi avvolti in un manto magico e trasportati in un mondo pieno di avventura.

A volte sembra incredibile pensare che come tanti gamer attempati, da ragazzino ho giocato il primo e il secondo Monkey Island su dei floppy disk, un supporto che se mostrato a un ragazzo di questa generazione verrebbe visto come una reliquia di un’era sconosciuta. E ora ecco qui, Return to Monkey Island che ci riporta proprio in quel mondo, con le stesse atmosfere e lo stesso irresistibile umorismo. Sì, siamo un po’ in ritardo con la recensione, ma mi si è rotto il pollo con la carrucola e poi mi sono lasciato veramente trasportare dalla nostalgia con la quale ho intriso tutto il testo, quindi preparatevi!

Prima di cominciare, vi ricordo che Return to Monkey Island di Terrible Toybox è disponibile su Steam e Nintendo Switch dal 19 settembre.

Provato su PC

switch
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Il ritorno del temibile pirata!

Monkey Island è diventato quasi una sorta di parola d’ordine o di codice tra i gamer più anzianotti come me. D’altronde quando si incontra un quarantenne o cinquantenne al quale si illuminano gli occhi al solo nominare Monkey Island, capisci che fa parte di quel club, quello dei vecchi gamer che in passato hanno avuto un polveroso Amiga o PC con monitor a tubo catodico.

Quando Internet era praticamente un miraggio lontano appartenente alla fantascienza, quando si giocava e basta a titoli consigliati da amici o da riviste cartacee che li presentavano con poche immagini e tanto testo, sapientemente scritto, a differenza di questo accrocchio di parole che sto producendo.

Come il suo creatore Ron Gilbert e come tutti i giocatori che hanno vissuto le sue avventure, anche il nostro Guybrush Threepwood è invecchiato, ma non ha ovviamente perso la voglia di andare alla ricerca di tesori e misteri per il Mar dei Caraibi. Non voglio fare nessuno spoiler sulla trama del gioco, neanche un accenno, perché Return to Monkey Island secondo me va scoperto, o forse dovrei dire “riscoperto” proprio come il primo titolo della serie, in un tempo dove le recensioni dei videogiochi erano bestie rare.

Posso solo dirvi che Guybrush troverà le cose del suo mondo piratesco un po’ cambiate, ma farà comunque di tutto per raccontarci una storia divertente e avvincente. La trama non è ovviamente esente da difetti che si possono percepire in una certa gestione affrettata di alcune parti, ma niente che vada ad inficiare l’esperienza complessiva dell’opera.

La mia lingua è più tagliente di una spada!

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La magia di Monkey Island è tornata, mi ha nuovamente avvolto e mi ha catturato, mi ha divertito e ha riacceso la fiamma per le bellissime avventure grafiche Lucas Arts. Non vi nego che finito il gioco, ho fatto una sorta di viaggio nel tempo ad occhi aperti e in parte mi sono anche commosso. Sì, sono un metallaro dal cuore tenero!

I personaggi di Return to Monkey Island sono fantastici. Non c’è un singolo personaggio che risulti fuori posto. E non servono spiegoni sulla loro storia o depressive trame strappabudella, perché qui bastano i dialoghi e il design a dare loro vita e a renderli umani e in un certo senso, credibili.

I dialoghi sono scritti a regola d’arte, con un umorismo che viene fuori da qualsiasi interazione con oggetti e personaggi. Più volte mi sono letteralmente sganasciato dal ridere, a dimostrare che l’incredibile connubio tra ambientazione piratesca, cultura pop e vocabolario ricercato funziona ancora, dopo tutto questo tempo.

Su Return to Monkey Island sono state fatte pesanti critiche sulla realizzazione grafica, ancora prima della sua uscita. Devo ammettere che io stesso avevo qualche dubbio in merito, ma mi sono dovuto ricredere sin dalla prima schermata di gioco.

Lo stile grafico usato per Return to Monkey Island è spettacolare, riesce ad unire il presente con il passato, senza ricorrere alla ormai abusatissima pixel grafica. Ogni scenario sembra un dipinto dove i personaggi si muovono in perfetta armonia.

Lo stile minimale dei personaggi sorprende comunque per la quantità di dettagli che si possono osservare. Non solo, ma la direzione artistica è riuscita a creare una grafica piacevolissima e allo stesso tempo funzionale al gameplay. Non vi capiterà mai di perdere un oggetto con il quale interagire, perché tutto sarà posizionato in modo sapiente nello scenario.

I puzzle da risolvere sono sempre stimolanti, mai troppo criptici, ma neanche eccessivamente semplici. Il gioco ha un ritmo ben scandito, dove risolvere gli enigmi a catena dà grande soddisfazione, oltre che ovviamente mandare avanti l’avvincente storia e mettere Guybrush in situazioni sempre esilaranti.

Credo di averlo lasciato negli altri pantaloni…

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Return to Monkey Island ha un’interfaccia semplificata rispetto agli storici titoli Lucas Arts. Non troveremo più i classici comandi Prendi, Spingi, Apri, Parla, etc… Con gli oggetti si potrà interagire semplicemente premendo il tasto sinistro o destro del mouse. Non è una cosa nuova, già con il grandissimo Full Throttle del 1995, le avventure grafiche erano diventate più “leggere” in termini di comandi.

Questo è un lato positivo, perché permette anche a tutti di godersi al massimo questo capolavoro e magari scoprire tutto il genere. Return to Monkey Island inoltre, presenta sia una modalità “casual”, sia un libro degli indizi. La modalità “casual” alleggerisce i puzzle e gli enigmi, quindi è ideale per chi non ha mai giocato un’avventura grafica e giustamente deve entrare un po’ nel mood.

Il libro degli indizi invece verrà dato a Guybrush da un determinato personaggio e si potrà usare a piacimento per avere appunto degli indizi su come risolvere i puzzle. Questo oggetto disponibile sia nella modalità “casual” sia in quella normale. Una bella pensata da parte di Gilbert, Grossman e soci, che permette ai giocatori di avere aiuti sui puzzle, senza dover andare necessariamente su internet a cercare la soluzione, con tutti i rischi di spoiler che ne conseguono.

Ovviamente, parlando di un’avventura grafica, non posso esimermi dal commentare il comparto audio. Che dire? Le musiche sono quelle e catturano subito. Non vi dico che emozione sentire nuovamente il tema di Monkey Island o quello di LeChuck in un nuovo titolo della serie. Anche il doppiaggio (solo in lingua inglese) è di ottimo livello, con performance che si allineano perfettamente con l’atmosfera del titolo.

A chi consigliamo Return to Monkey Island?

A tutti i gamer vecchi e giovini che hanno amato Guybrush Threepwood e vogliono tornare a vivere le sue divertenti avventure. Return to Monkey Island stabilisce un nuovo standard per il genere, sia per la direzione artistica, sia per la qualità della sceneggiatura e dei dialoghi.

Mi sento di consigliare il titolo anche ai gamer più giovani che vogliono scoprire il genere delle avventure grafiche, anche se forse sarebbe più opportuno conoscere i titoli della serie precedenti, perché effettivamente Return to Monkey Island è una sorta di “reunion” dei personaggi più amati.

In generale, Terrible Toybox ha prodotto un capolavoro che seppur presenta quel difettuccio esposto in sede di recensione, resta comunque una bellissima gemma che rimarrà a lungo nei nostri cuori. Grazie Ron Gilbert, Dave Grossman e tutta la squadra! We want more!

Ovviamente, chiudo martoriandovi con un po’ di link a nostre altre recensioni. Se siete nostalgici di un altro genere come gli FPS vecchia scuola, allora non fatevi scappare Prodeus. Vi piacciono i titoli più riflessivi? Abbiamo la recensione di The DioField Chronicle, un incrocio tra RTS e JRPG. E a proposito di JRPG, beccatevi Jack Move e The Legend Of Heroes Trails From Zero.

Alla prossima mie care scimmie a tre teste!

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