Disaster Report 4: Summer Memories è l’ultimo titolo titolo di una serie largamente sconosciuta in Europa, sviluppata da Granzella Inc. e distribuita da NISA il 7 aprile 2020 per Playstation 4, Nintendo Switch e Steam.

Provato su Playstation 4

ProContro
– Buona atmosfera– Generalmente grezzo
– Interazioni a volta convincenti– Gameplay limitato e datato

La serie giapponese Zettai Zetsumei Toshi (più o meno letteralmente metropoli in fin di vita) è una sorta di rudimentale survival che mette il giocatore nei panni di un povero tizio qualunque che si trova a vivere un’improvvisa calamità naturale in città, in genere terremoti e inondazioni. I primi due titoli uscirono per PS2, il terzo fu un’esclusiva giapponese per PSP. Irem (gli sviluppatori originali, particolarmente appassionati a questo genere di giochi, crearono lo splendido simulatore di pompieri per PS2 Sakurazaka Shouboutai) finì per vendere i diritti della saga a Granzella, che decise così di riprendere lo sviluppo del quarto capitolo per PS3 messo in pausa nel 2011 in concomitanza con la tragedia del Tohoku in Giappone. Fast Foward di qualche anno, la saga torna anche da noi col quarto e ultimo capitolo e qualche miglioria rispetto alla prima versione.

Tutti al riparo!

Quando purtroppo non si può dire solo in caso di terremoto. In una fittizia città giapponese, il giocatore creerà un avatar estremamente rudimentale, con semplice scelta tra maschio o femmina, e si troverà a dover scendere da un autobus a causa di un fortissimo smottamento. Turbati e confusi, dovrete sopravvivere al primo di cinque giorni di terrore.

È onestamente difficile parlare di un reale flusso di gioco, e questo è forse tra i problemi principali, e fossero almeno pochi, di Disaster Report 4: a livello tecnico si tratta di una sequenza di piccole aree chiuse che fanno da puzzle box da risolvere per poter sbloccare la nuova area. A rendere il tutto indigeribile però, è la totale mancanza di reale connessione tra gli eventi. Ce ne sono alcuni “extra”, o qualcosa che ottimisticamente potremmo chiamare sidequest, ma risultano pressoché obbligatori nella misura in cui, se non seguiamo una specifica sequenza di azioni pre-programmate dal gioco, e quasi sempre senza legame di causa e effetto, non succede fondamentalmente nulla.

Nelle circa 6 ore che servono a completare l’esperienza, molto di quel tempo verrà consumato girando a zonzo, confusi sul da farsi perché magari non abbiamo camminato perfettamente in linea sotto a una finestra e di conseguenza non abbiamo visto un prompt per premere un tasto che era fuori camera, oppure non ci siamo avvicinati a una signora che aveva bisogno di aiuto SOLO in uno specifico momento, e non le altre 8 volte che le abbiamo parlato prima.

Immersione negli abissi… ma quali?

Per quanto possa essere discutibile, mostrare troppo apertamente lo scheletro su cui si è montato il proprio gameplay è una scelta… rischiosa, quanto meno per l’immersione che viene lanciata fuori dalla finestra. Come calarsi in una storia quando gli attori si dimenticano i propri nomi e si sentono i colpi di tosse da dietro le quinte?

Quanto a struttura e presentazione tecnica siamo di fronte a un gioco a cavallo della generazione PS2/PS3 con lunghi caricamenti, menù goffi e lenti, cut-scene ai limiti dei manichini per i collaudi delle auto, occhi di vetro e labbra di pesce. Una delle poche azioni a nostra disposizione, cioè accucciarsi, sia per non inciampare durante una scossa sia per sgattaiolare in anfratti per farci strada tra le macerie, è un po’ un’impresa sgraziata e legnosa. E piccolo annuncio agli sviluppatori: mini scenette di 4 secondi per aprire una porta? Neanche i primi Resident Evil!

C’è un po’ poco da dibattere purtroppo, a livello tecnico proprio non ci siamo. Come spesso capita però, Disaster Report 4 non è un gioco che vuole catturarvi con un gameplay graffiante ma con la propria narrazione… e oh, boy.

Cantami, “oh” Musa.

La prima cosa positiva che salta velocemente all’occhio dopo aver iniziato l’avventura in DR4 è l’enorme quantità di scelta nei dialoghi. In particolare non solo il fatto di poter rispondere in maniera creativa e di dare un tocco di personalità, facendo sentire il giocatore realmente coinvolto negli eventi, ma molte scelte, soprattutto durante il prologo e poi nel finale, danno un reale senso di libro avventura, in cui determiniamo noi stessi alcune caratteristiche del passato del nostro personaggio.

In tempi piuttosto brevi però si ha il sentore che le scelte siano anche meno che cosmetiche, mi spiego: possiamo spesso rispondere entro un determinato spettro tra persona virtuosa e altruista, bastardo egoista, completo indifferente, e qualche altra varietà nel mezzo tra cui viscido marpione ma solo con le ragazze, mai con gli uomini, anche se il vostro avatar è una donna. In questo mondo fittizio i gay non esistono ma ci sono lesbiche arrapate… keep it classy, Japan. Il problema? Una volta selezionata una risposta, vedremo il personaggio dire quello che abbiamo scelto in maniera spesso estremamente teatrale ed esagerata… e questo può piacere e non piacere, ma senza alcuna reale conseguenza.

Il gioco cerca di dare un certo peso ad alcune delle interazioni tramite l’implementazione del sistema dei punti moralità: comportarsi tradizionalmente bene ci darà punti moralità, essere dei rifiuti umani ci darà punti immoralità, piuttosto semplice… più o meno. In una sezione di gioco ci ritroveremo a trasformarci nel leader di una setta religiosa sotterranea e reclutare passanti per la nostra improvvisata causa e prenderemo punti moralità prima per aver aderito e aver pregato per gli altri, poi per aver rilasciato un povero signore catturato dai nostri seguaci.

Qualcuno di voi starà anche scorrendo in fretta il testo pensando “sarà il classico gioco che determinerà il finale in base ai punti moralità” e invece no, il finale è determinato da una manciata di scelte tutte presenti nell’ultima sezione di gioco. Ci sono trofei legati ai punti moralità, ma in sostanza le nostre risposte e i punti moralità non hanno alcuna rilevanza all’interno del gioco in senso ampio.

Tornando al gameplay, c’è anche un semplice sistema di necessità biologiche, cioè fame, sete, ed evacuazioni, e una barra stress che decurta la nostra barra della vita. Anche qui il problema è che il tutto non sembra avere realmente rilevanza: a parte far comparire un’icona in alto, non ci sono conseguenze nel trascurare i bisogni del nostro avatar, e a meno che non abbiate particolari fetish per l’ordine, non c’è motivo di preoccuparsene. Inoltre, ogni punto di salvataggio cura totalmente lo stress.

La sensazione che si ha giocando a DR4 è di un’esperienza teatrale, breve ma a modo suo intensa, dove mille scelte e mille opzioni danno una certa facciata, per sottile che sia, di una narrazione che mette in scena personaggi più e meno caricaturali e sempre di sfuggita. Nonostante l’abbozzo della personalità sempre ai limiti della macchietta, è difficile non ricordarsi dell’avido Kumazawa, dell’eccentrico boss della setta o dell’incapace professoressa Higa.

Una cosa che potrebbe dividere il pubblico è il tono, che sembra non saper decidere dove posizionarsi. Si tratta di un survival in situazioni estreme e sembra non solo non prendersi sul serio, ma saltare a mo’ di metronomo tra il prendersi decisamente troppo sul serio e il completo nonsense tipico dell’umorismo giapponese. Curioso il fatto che venne interrotto lo sviluppo a causa del terremoto del 2011, ma qualcosa fa pensare che fosse anche il tema del gioco stesso a suonare un po’ canzonatorio e insensibile rispetto al clima sociale del tempo. C’è dell’ironia a pensare che solo giorni fa è uscito Resident Evil 3 Remake… certo, anche questo gioco, col sottotitolo Summer Memories, non sembra cogliere il dramma che vuole far provare.

A chi consigliamo Disaster Report 4 Summer Memories?

Disaster Report 4 Summer Memories è un titolo un po’ difficile da consigliare. La realizzazione povera e datata, l’interfaccia e le animazioni legnosi, il gameplay discutibile e una narrazione che definiamo “simpaticamente altalenante” lo rendono un titolo di nicchia nella nicchia. Senza dubbio c’è a chi può piacere, del resto è un tema che non viene trattato spesso e non ci sono molti titoli di riferimento da provare al suo posto, e questo va a suo merito, ma prima di un generoso sconto sul prezzo di listino è forse il caso di pensarci bene.

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